Nella “società delle immagini” in cui oggi viviamo, ci troviamo letteralmente immersi in una dimensione di “sognato, mediato, compromesso realismo” e l’Artista (con la A maiuscola) attraverso le sue opere “mastica, metabolizza e crea” una forma contemporanea di mitologia con tanto di divinità, incubi e sogni.

Purtroppo noi disponiamo di una sola parola – “immagine” – per descrivere le immagini consequenziali, le immagini percettive, le immagini della fantasia, le immagini-allucinazioni. Usiamo la stessa parola per le fantasie collettive e per quelle personali, per ogni nostro sogno, sia esso ad “occhi aperti” o no.

Possiamo trovare tutti questi tipi d’immagine nella creazione dell’opera d’arte, quando l’artista, in questo caso Antonio, le porta alla luce, quando egli le modella e le evoca.
A questo riguardo il caso del David è particolarmente significativo. La sua espressività , radicata nel nostro inconscio, viene reinterpretata e analizzata – si potrebbe dire “scarnificata” – così da mostrare ancora una volta, eliminando secoli di polvere depositata dalla storia e tutte le interpretazioni e i riferimenti che si sono seguiti, il suo valore simbolico originale.

L’opera di Saracino scaturisce da un discorso di mitologie quotidiane, in cui il Mito è – o diviene – la realtà comune, la traduzione di tutti i nostri bisogni consci ed inconsci – bisogni sempre riportati a una dimensione di “ordinarietà”.

La modalità di Saracino è assai semplice, e adattabile a una mitologia contemporanea: essa esaspera la visione introducendovi l’idea di una “re-visione”. L’immagine, o meglio la scultura, l’icona, ci mette in connessione – che lo vogliamo o meno – con il nostro ancestrale “inconscio collettivo”.